Alchemy Project

Duo artistico composto da Lorenza Di Lorenzo e Zeno Rossi due artisti del panorama contemporaneo provenienti da aree espressive concretizzate, nei vari anni, negli ambiti più disparati.

La matrice fondante della mostra HEARTS parte dalla ricerca della Di Lorenzo sui cuori anatomici; di rilevanza l’opera Hearts/Hurts la quale presenta un cuore anatomico in ceramica sezionato in fasce longitudinali e riportato, contestualmente alla scultura, in un allestimento fotografico dove lo stesso cuore cerca di ricomporsi in sequenze sbagliate.

HEARTS – Alchemy26 – è composta da una serie di cuori animali reali conservati in oro, realizzati secondo un procedimento orafo sviluppato dalla coppia di artisti.

Questa mostra mette in scena un paradosso: organi animali reali, sedi primarie della vita, sottratti alla loro funzione e restituiti allo sguardo come reliquie placcate d’oro.

Il cuore, simbolo universale di affetto, vulnerabilità e sacrificio, viene qui attraversato da una doppia trasformazione: biologica e culturale.

Da materia pulsante a oggetto inerte; da carne a superficie preziosa.

L’oro, tradizionalmente associato all’eterno, al sacro e al potere, non nobilita né redime.
Piuttosto, congela.
Ricopre ciò che è stato vivo con una promessa di durata che contraddice la natura stessa del cuore. In questo scarto si apre lo spazio critico della mostra: cosa scegliamo di preservare, e a quale prezzo? Quale valore attribuiamo alla vita quando la convertiamo in oggetto?

L’opera non celebra la violenza né la spettacolarizza; la espone come fatto già avvenuto, inscritta nei sistemi di produzione, consumo e rappresentazione che regolano il nostro rapporto con l’animale. I cuori dorati diventano specchi: riflettono una cultura che sublima la morte attraverso il lusso, che trasforma l’etica in estetica, e che spesso confonde la memoria con il possesso.

Camminando tra queste presenze silenziose, il visitatore è invitato a sostare in una zona di attrito emotivo. Repulsione e attrazione coesistono, come coesistono tenerezza e dominio nella storia condivisa tra umano e non umano.

L’oro, lungi dall’essere un velo consolatorio, rende la ferita più visibile: la fissa, la illumina, la rende impossibile da ignorare.

In definitiva, la mostra non offre risposte, ma insiste su una domanda urgente: se il cuore è ciò che ci rende vivi e sensibili, cosa resta quando lo trasformiamo in icona?

E a chi appartiene, davvero, quel battito che continuiamo a chiamare “nostro”?